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SCOPI E METODO DEL TdO ovvero “
La poetica dell’oppresso”
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“Per comprendere questa ‘Poetica dell’Oppresso’ bisogna tener presente il suo principale obiettivo: trasformare il pubblico ‘spettatore’, oggetto passivo nel fenomeno teatrale, in soggetto, attore capace di modificare l’azione drammatica.”
(A. Boal “Teatro degli Oppressi, Milano, 1977)
Boal parte da una esamina delle differenze tra le esistenti poetiche teatrali, partendo da quella aristotelica, in cui lo spettatore delega i compiti al personaggio in modo che questi agisca e pensi per lui; in Brecht, invece lo spettatore delega i poteri al personaggio che rappresenta la sua parte, ma si riserva la possibilità di pensare per proprio conto, anche in opposizione con il personaggio. Nel Teatro Verista infine c’è una rappresentazione della realtà che il pubblico conosce già.  
Per poter attuare un tipo di teatro popolare che coinvolga lo spettatore in qualità di protagonista, Boal espone anche i tipi di reazione da parte del potere volti a fermarne il fenomeno e distingue:
  • la censura vera e propria, in cui viene rifiutato il permesso di andare in scena;
  • il divieto, in cui è rifiutato il permesso di operare in determinati locali o dove pongono determinati intoppi burocratici;
  • la seduzione che si esprime attraverso vaie forme, da proposte contrarie ed economicamente vantaggiose fino ad un appropriarsi, da parte del potere, delle tecniche per svuotarle di significato e restitiuirle attraverso versioni in cui il significante ha perduto il suo specifico significato
    (es: molti giovani usano indossare oggi T-shirt con l’immagine del Che, molti di loro conoscono poco e nulla dell’uomo ma il fenomeno è diventato di moda e finisce per rimpinguare le produzioni commerciali del genere che saranno sempre in appoggio al potere);
  • la violenza pura e semplice dove ti viene negata la libertà di agire anche attraverso una persecuzione penale e fisica.
Per potersi preparare ad affrontare questo tipo di teatro, inoltre, bisogna rifiutare alcuni modelli o, meglio, opporre dei “NO” culturali.
  • Il primo "NO" è rivolto agli attori “sacri”, preparati dall’inizio al “sacerdozio” dell’attore “SI” invece alle tecniche che aiutino la comunicazione tra gli uomini;
  • “NO” ancora all’attore “professionista”, “SI” invece alla recitazione aperta a tutti.
  • “NO” infine alle ‘maschere psicologiche, «che impongono ai nostri volti espressioni feroci o flemmatiche, buone o cattive: al contrario, dobbiamo ricercare le maschere di un comportamento che si riferisca ai riti di una determinata società.

Siamo quel che siamo in quanto apparteniamo tutti ad una determinata classe sociale, svolgiamo determinate funzioni sociali e pertanto siamo costretti a compiere certi riti, tante e tante volte , che alla fine persino il nostro volto, la nostra maniera di camminare, la nostra forma di pensare, il nostro modo di ridere,di piangere, di fare l’amore, finisce per acquistare un atteggiamento prestabilito: appunto, una maschera sociale.
(A: Boal “Il Teatro degli Oppressi, Milano, 1977)


La prima preoccupazione di Boal è quindi trasformare lo spettatore in soggetto che partecipa all’azione drammatica, e per l’attuazione di questo si deve passare da un’ottica che predilige il fare teatro a quella che ci consente di essere teatro.
Un’altra ipotesi di base della poetica dell’Oppresso è che il corpo pensa, cioè una concezione dell’essere umano come globalità, nella sua essenza di mente/corpo/emozione, dove l’apprendimento/cambiamento vede coinvolti tutti e tre gli aspetti, in stretta relazione. In questa direzione il TdO si muove tra teatro vero e proprio, educazione, terapia, intervento sociale e politica.

Fulcro del lavoro è l’analisi e trasformazione delle situazioni oppressive, di disagio, conflittuali, della nostra vita.
CONOSCERE, QUINDI LA NOSTRA REALTÀ PER POTERLA TRASFORMARE SUPERANDO I CONFLITTI.