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Si fa presto a dire: dialetto genovese.
Un dialetto è una forma di espressione orale
non vincolata alla scrittura e per questo mantiene,
nel tempo, un desiderio di anarchia, sentimento che
sopravvive in chi parla in dialetto o, meglio ancora,
in chi pensa in dialetto, perché non esistono
leggi che disciplinino questa forma di espressione.
Io penso in dialetto, la lingua italiana l’ho
utilizzata coattamente all’età scolare,
ma ancora oggi, a 51 anni, quando il pensiero diventa
profondo o quando, banalmente, devo contare a mente,
lo faccio istintivamente in “genovese”
….. ün, dui, trei, quattru, çinque…..
Ma il “genovese”, così incomprensibile
dalle orecchie dei “foresti”, non è
mai uguale: esistono delle sfumature che svelano la
provenienza di chi parla, meglio di una carta di identità.
Senza scomodare le riviere possiamo individuare la
peculiarità delle cantilene polceverasca o
bisagnina (la cantilena è un elemento distintivo
della parlata dei genovesi).
Ma pure in ambiti più ristretti, come quello
che circonda Utri, dove sono nato e dove vivo, si
possono fare delle distinzioni. Anche se abitano a
poca distanza fra loro provate a far dire “cioccolata”
ad un pegliese, “patata” ad un melese,
“Arenzano” ad uno dei suoi nativi e capirete
che, nonostante la sudditanza con Genova, hanno mantenuto
una loro autonomia espressiva.
Una parte dei miei antenati proviene da Celle Ligure
e del loro dialetto mi è rimasto impresso il
modo con cui dicono “sì”, anche
quando lo usano come intercalare nella parlata stretta
e veloce. Dicono: “Hei,!”
Ricordo “Hei, Hei!” detto veloce dalla
sorella di mio nonno, una donna molto forte, decisa
e simpatica. Aveva una personalità non incline
alla sottomissione alla quale forse hanno appioppato
l’appellativo di “bersagliera”.
Giuletta era il suo nome e ricordo l’ultima
volta che l’ho vista in vita, nella sua casa,
che era la stessa che aveva protetto la vecchiaia
di sua madre. Ad oltre novant’anni Giuletta
non era completamente padrona della sua mente, ma
il piglio non lo aveva perduto.
Dritta davanti a me, sorridente, ma con gli occhi
fissi sui miei, con una frase in dialetto che non
avevo mai sentito pronunciare dai genovesi, mi ha
chiesto:
“Ti ti fuisci?”
“Tu saresti?” è la traduzione letterale,
ma dal modo in cui ha pronunciato queste parole, ho
inteso che di me voleva capire di più. Aveva
smarrito il mio volto fra quelli dei tanti pronipoti
e il filo conduttore con il quale poteva rinverdire
la sua memoria doveva passare attraverso la rivelazione
dell’identità di mio padre e di mio nonno,
suo fratello.
Ho pensato a tutto questo l’altra sera quando
uno dei miei figli ripassava ad alta voce:
“guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò:”Chi fuor li maggiori tui?”.
Sì, “Ti ti fuisci?”
equivale a “Chi fuor li maggiori tui?”
per rimarcare che noi siamo il frutto del lavoro delle
generazioni che ci hanno preceduto, che la nostra
identità è un impasto lavorato per molto
tempo, prima ancora della nostra nascita e continua
a lievitare nelle cure dei nostri familiari e del
tessuto sociale che ci circonda.
Se ci liberiamo, per un momento, del diffuso vizio
del turpiloquio e affidiamo agli improperi il loro
vero significato, capiamo che ciò che ha bollato
da sempre i figli illegittimi è proprio la
carenza delle cure parentali.
Adesso di risorse ne abbiamo, almeno nel mondo occidentale,
e certe forme di abbandono non dovrebbero più
esistere. Succede invece l’esatto contrario.
L’abbandono dei figli dilaga anche fra le famiglie
più agiate perché l’estro dei
genitori è impegnato in altre faccende, piuttosto
che nella formazione dei figli che, nei casi più
fortunati, sono affidati alle cure dei nonni.
Oggi molti i nonni impersonano, improvvisando, il
ruolo di genitori nonostante che, essi stessi, non
siano stati genitori presenti all’educazione
dei propri figli. Se la cavano alla meno peggio, ma
a nessun bambino viene in mente di presentarsi come
: “Sono il nipote di…. I miei genitori
sono…..”
Sono i nonni piuttosto che, nel mondo degli asili
nido, della scuola materna, ai giardini pubblici sono
conosciuti come il nonno, la nonna di…. Giada,
Veronica, Michel, Cristian…..
Il libero arbitrio e le pari opportunità fra
uomini e donna sono conquiste sacrosante che però
diventano una bestialità quando in loro nome
si rinuncia a esercitare il ruolo del nipote, del
figlio, del genitore e del nonno quando è la
stagione giusta per poterlo, doverlo fare e diventare,
un giorno, il capofila nella risposta a: “Ti
ti fuisci?”
Ciò detto, a chi è impegnato nella campagna
elettorale chiederei uno stato sociale che contempli
la possibilità di far crescere dignitosamente
una famiglia con un solo reddito pur lasciando la
possibilità del plurireddito agli irriducibili
amanti del superfluo.
Genova, 4 aprile 2008
Camillo Acquilino
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